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Smart Working, un nuovo modello organizzativo del lavoro 20 Maggio 2020

Smart working, termine inglese largamente diffuso ormai nel nostro vocabolario di questi ultimi mesi di emergenza covid 19, ma, altrettanto, tanto impropriamente usato poiché di tele-lavoro si tratta, o più comunemente detto, lavoro agile, confinato a casa.

Per anni sono stati fatti grandi studi e valutazioni di fattibilità sul tema dello smart working, ma solo questa pandemia lo ha posto al centro come la soluzione per le aziende e i lavoratori, e i DCPM lo hanno incentivato, facendolo diventare un acceleratore di digital transformation! 

Nel 2018 la fotografia dell’Italia sullo smart working la vedeva ultima dopo la Spagna.

 

Questa emergenza sanitaria ci ha messo davanti diverse sfide e in un contesto così incerto, come quello che stiamo vivendo, la tecnologia si è rivelata utile e necessaria.  Le aziende hanno dovuto improvvisamente accettare un nuovo modello organizzativo del lavoro che non hanno mai veramente voluto abbracciare e i lavoratori italiani (due milioni durante il lockdowndi conseguenza, poco attrezzati e organizzati a lavorare da remoto, si sono trovati tra le mani uno strumento che hanno imparato a conoscere man mano, con tutte le difficoltà e i benefici che questo modo di lavorare porta con sé.

 

Il lavoro agile pone alle aziende, prima di tutto, degli obiettivi che non può mancare se desidera una continuità di business, come, per esempio, lo sforzo di mantenere vivo il legame con i propri dipendenti per far superare le eventuali crisi da isolamento, disorientamento e scoraggiamento a causa del prolungato protrarsi della situazione. 

Non c’è dubbio che si lavora dentro uno scenario inedito e il pericolo di demotivazione e smarrimento del senso di appartenenza è molto alto. Da qui il compito della leadership aziendale di restare vicina quotidianamente ai suoi collaboratori con riunioni brevi e focalizzate, e magari con una formazione, a distanza, per sviluppare resilienza. 

Le aziende insomma sono più spronate ad occuparsi delle persone, dei loro collaboratori che non abitano più i soliti uffici. 

Uscire dagli schemi abituali per reinventarsi è la risposta che in questa occasione ognuno deve cercare di mettere in campo perché le cose non possono più esser fatte come prima. 

In momenti di caos darsi delle regole è sempre importante, ma queste regole non possono più essere soltanto orari di lavoro e controllo, devono occuparsi anche di curare il benessere psichico lavorando sulla mente dei dipendenti, aiutandoli nell’approccio alla nuova dimensione lavorativa.

 

Per chi lavora da casa c’è il tema doppio della riorganizzazione del tempo e dello spazio, che può essere anche un beneficio. Cambia l’organizzazione della giornata, si rompe il circolo delle abitudini. Per una famiglia standard di madre, padre, uno o due figli, costretti tutti a stare a casa, questa situazione lavorativa fa vivere e riscoprire anche il tempo della disattenzione (a portata di mano si ha sia il divano che il frigorifero), pur sapendo che lavorare da casa c’impone un grande sforzo di concentrazione, insieme ad una flessibilità, riportando così all’attenzione l’importante equilibrio vita-lavoro che i ritmi precedenti al coronavirus ci avevano fatto considerare come normali. 

Ma veramente abbiamo fretta di ritornare a quella normalità? 

Oggi stiamo vivendo già un’altra normalità: l’attenzione verso la vita delle persone nella ripresa post covid 19 è inevitabile. In un momento in cui ritornare indietro può voler dire rifare gli errori che ci hanno portati fin qui, la cura della qualità della vita delle persone deve essere pari alla sfida di ripresa economica che tutti noi auspichiamo.

Speriamo che lo smart working non venga subito archiviato e sostituito dal part-time, perché non della stessa cosa si tratta; speriamo si possa fare tesoro delle esperienze personali che donne e uomini hanno fatto in questi mesi, sviluppando le competenze soft al di fuori del consueto ambito lavorativo che proprio l’esperienza domestica può favorire. 

La smaterializzazione fisica del posto di lavoro, come è nel nostro immaginario, è il risultato di internet e della digitalizzazione che ti fa essere sempre ovunque e in qualsiasi momento, e questo è un bene e a volte anche un male. Il lavoro agile, nello specifico, non può sostituire i rapporti diretti e gli scambi di persona che continueremo a coltivare e a cercare (siamo tutti forse un po' stanchi delle video conference di questi mesi), però resta un modello di lavoro che può tornare utile alle persone, a chi ne vorrà beneficiare. 

Il 22 maggio 2020 la legge sul lavoro agile in Italia compie tre anni.


Irene, autrice e filmmaker
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